Il mio primo approccio con un elefante è tutto raccolto nel libro
d'infanzia "Babar l'elefantino". Memorabili avventure di un
piccolo pachiderma dalla giacca verde e cravattina blu!
Ben presto però compresi la crudeltà nel far indossare abiti
ad un animale, seppur di fantasia, e non lessi più Babar.
Ormai grande, vidi
alcuni esemplari di elefanti africani allo zoo, più grossi e robusti
di quelli asiatici, e ne provai grande pena.
Così immensi , alti e ingombranti tenuti, loro malgrado, prigionieri
in uno spazio ristretto e desolato.
Guardandoli, la mia mente li trasportava lontano da lì, collocandoli
nella loro terra d'origine, la savana, ed era laggiù che avrei
voluto ammirarli, mentre si spostavano in branchi, ora correndo ora fermandosi
per rotolarsi nel fango vicino ad una pozza d'acqua. Non era la loro realtà
purtroppo e, non andai più allo zoo!
Molto più
in là nel tempo della vita, ebbi l'occasione di partecipare ad
un safari fotografico in Africa, nel parco Seregheti e finalmente riuscìi
a guardare gli elefanti liberi.
E fu una gioia, gioia grande.
Correvano, barrivano, sollevavano le proboscidi verso il cielo. Alzavano
polvere e proteggevano i loro piccoli con tanta delicatezza, nascondendoli
nel bel mezzo del branco.
Nel mio primo viaggio
a Bangkok, avendo il bambino con me, immancabilmente andai a visitare
lo zoo locale dove era rinchiuso un elefantino "bianco", una
rarità nella sua specie.
Mi raccontarono allora che per i Re del Siam gli Chang puak, ovvero "elefanti
bianchi" sono sempre stati, ciò che per i sovrani europei
erano gli stalloni o i falchi.
Ancora oggi chi trova un esemplare di questo tipo, in Thailandia, ha il
dovere di consegnarlo al palazzo reale e non importa se gli zoologi parlano
di albinismo.
Lì, le persone comuni sono convinte che un gran numero di elefanti
bianchi assicuri al Re una reggenza fortunata.
L'attuale monarca Re Bhumidol Adulyadej (Rama IX), pur essendo stato educato
in Svizzera, ne possiede una quindicina a corte.
L'elefante, animale
sacro a Buddha, sotto le cui sembianze si dice, egli scese sulla terra
e adesso simbolo della Thailandia, corre pericolo di estinzione e proprio
nel suo paese d'origine, una nazione la cui silhouette geografica si dice
assomigli ad una testa d'elefante.
Il governo ha pertanto, creato un parco nazionale in cui vivono gli ultimi
esemplari d'elefanti selvatici. Ma è ben poca cosa.
Gli asiatici hanno
da sempre addomesticato il mammifero più grosso e più forte
della terra, oltre ad averlo cacciato e oltraggiato, e questo pachiderma
non è stato solo animale da fatica, nel corso dei secoli i Thai,
i Birmani, e i Khmer hanno affrontato infinite battaglie con i loro grandi
eserciti di elefanti.
E quando, verso la fine del diciannovesimo secolo, re Chulalongkorn (Rama
V) accolse in visita ufficiale alcuni ospiti tedeschi, fece organizzare
in loro onore una imponente caccia all'elefante.
Fino agli anni cinquanta ce n'erano ancora più di 14.000 esemplari.
Oggi ne sono rimasti circa tremila soltanto .
La gravidanza di un elefante dura dai venti ai ventidue mesi e al massimo
nasceranno due piccoli, molto raramente tre, ma in questo caso uno o due
non sopravvivranno. Quindi la situazione demografica di queste bestie
non potrà certo migliorare in un immediato futuro. Si dovranno
attendere molti decenni prima di ristabilire un minimo di riequilibrio
e con i pachidermi, bisognerà cercare di salvare, nel contempo,
e proteggere il loro habitat naturale : la foresta.
Un elefante può lavorare anche 50 anni.
Quando è giovane gli verranno assegnati due "mahout",
addestratori, uno giovane ed uno più anziano, solitamente padre
e figlio, e solo con loro imparerà a spingere , trasportare e impilare
la legna di teak. Un addestramento che spesso dura numerosi anni.
L'elefante asiatico vive normalmente fino a 80 anni e anche di più
e, secondo la legge thailandese, deve smettere di lavorare a 61 anni .
Gran parte degli
alberi di teak vengono ancora abbattuti in Birmania e nel Laos dalle stesse
compagnie del legno. E fra Chiang Mai e Bangkok non è certo un
segreto che i ladri di alberi vadano a caccia degli ultimi giganti di
teak armati di ricetrasmittenti.
Nei loro spostamenti si servono degli elefanti che fanno poco rumore e
lasciano meno tracce dei trattori essendo le loro zampe grandi, morbide
e che sanno perfettamente distribuire il peso, evitando di danneggiare
il terreno e di lasciare evidenti tracce.
Per un giorno di lavoro i negrieri della mafia locale guadagnano un enormità,
e dovrebbero prendere in considerazione, cosa che spesso ignorano, che
un elefante dopo sole cinque ore di attività ha bisogno di due
giorni di riposo per ricaricarsi.
Nel nord della Thailandia,
a Mae Sai, sulle rive del fiume Mae Nam Ping di lato alla frontiera con
la Birmania, ora Mianmar, c'è un ristorante da dove, mangiando
sulla terrazza, si possono con facilità osservare gli elefanti
guidati in riva al fiume.
Ogni animale porta sul dorso il suo proprio conduttore e ne segue i gesti
e i comandi ubbidiente, ricordando forse un bambino fiducioso in compagnia
del genitore.
Si vedono arrivare in fila trottando, le proboscidi penzolanti sulla terra
scura, mentre escono dalla foresta fino a raggiungere l'acqua.
Allora il capo dei mahout, impartisce ordini secchi gridando "Maab",
che vuol dire "seduti". Lo stesso grido verrà ripetuto
da mahout a mahout e allora ogni elefante si piegherà, adagio,
depositando l'uomo sul greto del fiume e si rotolerà contento nel
fango della riva.
Qui tutti si lasceranno innaffiare, lavare, strigliare dai loro piccoli
padroni.
Una gioia generale la loro, pachidermi buoni, che sotto miriadi di gocce
brillanti nel sole, fra un sonoro sguazzare, un barrire, li farà
persino ridere
Si perché gli elefanti sanno ridere sapete. I loro occhi diventano
vivi e accattivanti e le loro risa sono anche contagiose per gli esseri
umani.
Intanto i mahout sfregano la testa e la schiena dei loro protetti, con
il palmo della mano o delle spazzole, liberandoli così dai parassiti.
Così gli elefanti torneranno a luccicare come se fossero stati
appena creati dall'argilla.
Adesso, gli elefanti
vengono raramente adoperati per aiutare l'uomo nel trasporto d'enormi
quantitativi di teak, tanto da rimanere disoccupati.
Ora vengono addestrati a svolgere mille giochi per il solo divertimento
del turista. E la loro fatica sarà la stessa di quella spesa per
un duro lavoro agricolo, si troveranno ora a contatto con ambienti che
non sono a loro congeniali e la pericolosità delle performances
sarà spesso disastrosa.
Ho sentito un gruppo
di turisti criticare l'esibizione di uno show d'elefanti a Chiang Mai
e accoglierla con commenti poco benevoli.
Ma cosa potrebbe dire, mi domando, l'addestratore se potesse spiegare
la fatica di queste bestie, usata ormai per un beneficio turistico?
Sono qui solo per riqualificarsi dalla disoccupazione.
Ed imparano a giocare a pallone, a guerreggiare tra loro, a stare su con
la testa e inscenare una danza con le proboscidi.
Ci sono persino delle agenzie che offrono i propri servizi anche agli
albergatori, facendo da intermediari con gli addestratori, ed allora si
vedranno gli elefanti danzare intorno alle piscine, oppure portare un
turista sulla sua groppa, il tempo di far scattare una foto ricordo. E
loro hanno spesso paura dei flash e si innervosiscono.
I Thailandesi stessi,
inoltre, credono che strisciare sotto la pancia di un elefante porti fortuna,
e quindi non è raro vedere queste bestie tenute immobili al centro
di piazze dove il traffico è intenso, in mezzo al caos e un andirivieni
generale. Spesso allora l'elefante si imbizzarrisce e non è raro
che avvengano degli incidenti, spesso anche gravi.Come non è impossibile
che altri incidenti capitino anche tra noi turisti, per nostra ignoranza
e stupidità.
L'ultimo episodio, di cui ho sentito parlare è accaduto vicino
a Pattaya, meno di due anni fa. Qui le povere bestie, denutrite e sofferenti,
durante una esibizione, hanno visto una turista mangiare delle banane,
e ne hanno voluto rubare i frutti. In gruppo si sono diretti verso l'ignara
turista calpestando la folla, ed una persona è rimasta uccisa.
Durante la mia permanenza
in Asia, l'elefante mi è divenuto sempre più familiare fino
a diventarmi spesso compagno nelle scorribande nella giungla tropicale,
o al mare.
Ne conobbi uno di nome "Nipaa" al quale mi affezionai moltissimo,
diventando nel contempo amica del suo mahout. Nipaa ci seguiva fin sulla
spiaggia e si divertiva a nuotare con noi. E quando sparivamo dalla sua
vista immergendoci, anch'egli si immergeva muovendo le sue enormi zampe
armonicamente sott'acqua per cercarci disperato!
Il mio personale
approccio verso gli elefanti asiatici, come verso qualsiasi altro animale
è sempre stato più che rispettoso e quindi devo dire di
aver avuto sempre degli ottimi rapporti con loro.
Una sola volta per un mio incauto scherzare da "umana", ho tirato
la proboscide ad un dolce elefantino di 4 anni.
Poi, per alcuni mesi non l'ho più rivisto. Quando è capitata
l'occasione di rincontrarlo, lui si è ricordato del mio antico
dispetto e, raggiungendomi baldanzoso, mi ha mollato un bel, quanto improvviso,
schiaffone sul viso con la sua proboscide ormai diventata robusta
Ricordarsi dunque,
mai tirare la proboscide ad un elefantino, mai fare indispettire un elefante
adulto.
Anche loro hanno una propria dignità.
Ricordiamolo e rammentiamoci anche che dobbiamo loro rispetto!
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