GLI OCCHI DOLCI DEI THAI

di
di Francesca Porcù

Dal Fiume Kwae a Koh Chang

Con Giorgio ne abbiamo parlato tanto.
Forse crescendo e maturando si vivono le esperienze con una consapevolezza diversa. Non lo so se è questo, ma le sensazioni che questo terzo viaggio in Thailandia mi ha regalato sono talmente forti che sento di doverle condividere, altrimenti rischiano di scoppiarmi nel cuore. Mi sembra di aver assaporato ogni istante come il più prezioso della mia vita.
Giorgio sostiene che l’intensità di questa esperienza dipende anche dal fatto che questo viaggio lo abbiamo desiderato ed atteso tantissimo. Sicuramente anche questo ha avuto il suo peso. Erano due anni che, per un motivo o per un altro, non andavamo in vacanza.

25 Novembre
La nostra avventura è cominciata, in realtà, due anni fa, quando abbiamo iniziato a preparare questo viaggio. Nel corso dei mesi le destinazioni sono cambiate innumerevoli volte, ma alla fine l’itinerario ha preso forma.
Oggi finalmente si parte. Io mi sono organizzata con le mie gocce di Ansiolin che mi aiutano a rimbambirmi un po’ visto il terrore di volare che da qualche anno mi è venuto. Abbiamo anche qualche speranza di poter essere spostati in prima classe, perché abbiamo un “aggancio” alla Thai, ma i posti che possono concederci sono solo due e noi questa volta viaggiamo con Mauro e Barbara. Cediamo la prima classe a loro. Ci basta stare insieme. Il volo va benissimo (grazie a Dio).
Arriviamo a Bangkok e sorprendentemente c’è il sole. Quando usciamo dall’aeroporto, l’impatto con l’aria satura di umidità e di smog è, come al solito, forte. Con un taxi ci dirigiamo al terminal nord (Morchit), compriamo i biglietti per un autobus di prima classe per Sukhothai ed aspettiamo la partenza smangiucchiando. Ci aspettano 7 ore di pullman…
Per fortuna dormiamo quasi tutto il viaggio, visto che in aereo non abbiamo fatto altro che mangiare e vedere film. Arrivati in città, prendiamo una specie di tuk tuk collettivo. Non è un songthaew, ma una specie di motorino che spinge una struttura dove riusciamo a fatica a sederci tutti e quattro con i nostri zaini. Siamo pressati all’inverosimile!
Arriviamo all’albergo che avevamo scelto consultando la Bibbia, oops! Volevo dire la Lonely Planet. Si chiama Thai Village perché è una specie di ricostruzione di un villaggio thai. E’ molto carino. Le strutture sono tutte di legno e c’è anche un laghetto con fiori di loto ed un ponticello di legno da attraversare che divide la zona albergo dal ristorante. Siamo piuttosto soddisfatti. Ci sistemiamo in due camere attigue, dopo un’abile contrattazione di Giorgio, che ormai si rivolge al proprietario dell’albergo come “My friend” mentre gli assesta una bella pacca sulla spalla. Gli abbiamo “strappato” anche la colazione gratis…Mica male!
Una doccia veloce e siamo già al ristorante. Prendo una zuppa di curry verde con pollo che sarebbe dovuta arrivare con l’estintore! Mi sono davvero disabituata al piccante thai…Ma mi riprendo subito e continuo imperterrita. Dopo cena subito a dormire. Siamo distrutti!
Alle 4 di mattina mi chiedo chi sia questo uomo seduto sul mio letto che si mangia i miei Tuc. Povero Giorgio, non riesce a dormire per il fuso orario. Gli faccio compagnia, un massaggio, un po’ di coccole, ed alla fine verso le 6 riesce ad addormentarsi (ed anch’io).
Alle 7, suona spietata la sveglia!

26 Novembre
Dopo una colazione un po’ deludente ed una pausa “prolungata” in bagno di Giorgio, si parte alla volta del parco storico di Sukhothai. Il proprietario dell’albergo sostiene che per arrivare al parco ci sono circa 500 metri da percorrere a piedi. Ma deve essere un po’ sfasato, perché stiamo camminando già da 2 km!
Affittiamo delle biciclette con le quali girare il parco, acquistiamo i biglietti che ci permettono di visitare l’intera zona e che ci consentiranno anche l’ accesso a Si Satchanalai-Chaliang domani.
Le rovine sono a dir poco stupefacenti! Si respira un’atmosfera di altri tempi. Il parco è anche molto ben tenuto: c’è tantissimo verde ed un gran rispetto per le rovine. Le giriamo in lungo e in largo. Il caldo è torrido, ma girare in bicicletta per il parco mi piace tantissimo.
Usciamo dalla zona centrale e ci dirigiamo verso i siti più isolati. Dopo un paio di km. arriviamo al Wat Saphaan Hin. E’ situato in cima ad una collina. Per arrivare al tempio bisogna percorrere a piedi un sentiero di ardesia veramente scosceso, ma ne vale la pena. Siamo solo noi quattro. Dalla cima della collina c’è anche una bella vista sul parco. Ci piace molto. Ma il più particolare è senza dubbio il Wat Si Chum. L’enorme Buddha seduto è ospitato all’interno di una struttura (mondop) che da uno spiraglio sul lato frontale lascia intravedere il Buddha. Tra l’altro si trova proprio in mezzo alla campagna, quindi l’atmosfera è ancora più particolare.
Dopo aver visitato gli altri templi fuori dalle mura del parco, vi rientriamo decisi a mangiare qualcosa e riposarci un po’. L’approccio con le bancarelle non è dei migliori, però. Decidiamo di mangiare del pollo, perché nelle vicinanze non c’è nessuno che venda della frutta. Io suggerisco degli spiedini con quelli che sembrano dei bocconcini di pollo. Non li ho mai provati, ma sembrano buoni. Ci sediamo e ci guardiamo curiosi, ognuno aspettando che l’altro inizi a mangiare…Alla fine ci facciamo coraggio e proviamo…Non sono bocconcini di pollo nell’accezione che intendo io…Sono solo ossicini e cartilagine e grasso…Ci stiamo mangiando dei “culi” di pollo! Siamo tutti e quattro un po’ schifati: li regaliamo ad un cane nelle vicinanze.
Rientriamo nel parco e ci sdraiamo un po’ sull’erba a riposare. Ci mangiamo i Ritz portati dall’Italia e recuperiamo un po’ di stanchezza. Visitiamo gli ultimi templi, tra cui il più grande, il Wat Mahathat e decidiamo di dirigerci in albergo con le biciclette.
Una doccia, un’oretta di riposo e siamo pronti per andare in città. In realtà nessuno di noi è in forma: Giorgio oltre ai disturbi intestinali lamenta un fortissimo mal di schiena, Mauro e Barbara sono “cotti” ed io mi sono procurata una seria lacerazione all’altezza dell’osso sacro a causa dello sfregamento contro il sellino della bicicletta. Siamo, tutto sommato, un bel quartetto!
Andiamo a riconsegnare le bici (io pedalo in piedi, naturalmente). Il socio dell’affitta bici si offre di portarci in città. Come al solito trattiamo sul prezzo e partiamo per Sukhothai. Tralasciando il fatto che l’autista è un mezzo tossico e che il figlio di circa 4 anni non fa altro che guardare le mie tette e quelle di Barbara, arriviamo a Sukhothai sani e salvi (per miracolo!).
La città è piuttosto deludente. Non c’è proprio nulla. E’ una cittadina rurale senza alcuna particolarità. Ma anche questo aspetto mi piace; sono felice di conoscere anche questo volto della Thailandia. Facciamo un giro per il mercato (è domenica), compriamo delle banane e passiamo due ore a cercare di acquistare una carta telefonica internazionale…
E’ tutto chiuso!
Andiamo a cena al Dream Café, un localino veramente piacevole, con cibo è ottimo, ambiente molto accogliente, servizio attento e, naturalmente, prezzi esorbitanti se paragonati allo standard thai. Ma siamo contenti. Abbiamo mangiato tanto ed era tutto buonissimo.
Abbiamo problemi a trovare un taxi che ci riporti in albergo. Un signore thai che ci sente chiedere informazioni presso un 7 eleven, si offre di accompagnarci. Lui e sua moglie sono carinissimi. Io e Giorgio ci sediamo nel retro del pick up e Mauro e Barbara sui sedili posteriori.
A dire il vero sono un po’ impaurita. Mi faccio coraggio, perché so che sono solo delle stupide fissazioni. Ma non riesco davvero a stare serena.
Loro, invece, sono davvero carini. Ci offriamo di pagargli la benzina, e non vogliono accettare, ma alla fine cedono. Ci ringraziano calorosamente e ci danno il loro indirizzo.
La giornata è stata intensa. Siamo distrutti. Andiamo a letto. Giorgio dorme subito; sono felice per lui. Io scrivo e leggo un po’.

27 Novembre
Sveglia alle 6. Colazione e tuk tuk per la città. Prendiamo l’autobus per Si Satchanalai. L’autobus è un mezzo locale e fa un sacco di fermate. La zona verso la quale ci dirigiamo è molto più rurale del previsto. La vegetazione è di un verde abbagliante. Le persone ci guardano strabuzzando gli occhi. Sembriamo quasi “alieni” sbarcati da un altro pianeta.
Capiamo che la zona non dev’essere molto turistica… Cambiamo autobus in una cittadina pressoché sconosciuta. Dopo poco l’autista ci fa scendere indicandoci quello che sembra l’accesso al parco. Affittiamo delle bici (sono dei catorci, paragonate a quelle di ieri) e ci dirigiamo verso le rovine. Arriviamo ad un fiume e c’è un lunghissimo ponte sospeso da attraversare. Ci fermiamo sbigottiti.
Dobbiamo necessariamente attraversarlo? Sembra proprio di si. Scendiamo dalle bici, deglutiamo rumorosamente e cominciamo l’avventura.
Sguardo dritto, mai guardare in basso e non muoversi troppo sul ponte. Queste le regole d’oro per attraversarlo. Le travi tremano pericolosamente, le viti sono praticamente tutte divelte. Io e Barbara siamo un po’ in crisi. Ma ce la facciamo. We survived the bridge!
La temperatura alle 9 di mattina è già insopportabile. Ci avevano avvertito che avrebbe fatto caldo, ma non pensavamo si potesse arrivare a tanto. L’umidità rende l’aria irrespirabile. Il primo Wat è quello che più ci è piaciuto. Si chiama Wat Phra Si Ratana Mahathat (facile, no?).
Ci arrampichiamo fino in cima, nonostante gli scalini siano più alti di me. La vista è bellissima! Le rovine sono immerse nella foresta.
Rimontiamo in sella e ci dirigiamo verso l’entrata del parco. Incontriamo una signora thai che viaggia da sola in macchina. Ci dice che il centro informazioni è chiuso (lei ci è appena andata) e che quindi ci conviene proseguire verso il parco. Entriamo e cominciamo il nostro itinerario.
Visitiamo il primo tempio, il Wat Chang Lom, ma il caldo è veramente troppo. Barbara e Mauro sono esausti.
Passa di nuovo la signora thai con la sua macchina “condizionata”. Ci porge gentilmente dal suo finestrino la sua guida sul parco. Mauro prende la palla al balzo e, senza alcuna vergogna, le chiede se possiamo girare il parco con lei in macchina. Lei accetta subito. Non le va molto di girare da sola. Io all’inizio proprio non voglio andare.
Mi riprende l’ansia provata la sera prima mentre i due signori thai ci accompagnavano in albergo. Nel confrontarmi con persone di culture così diverse dalla mia, sono sempre spaventata. E’ un istinto che non so davvero spiegare, ma il fatto di non poter capire la lingua, di non poter interpretare le espressioni del viso, mi fa sempre temere che l’altro stia tramando qualcosa e che io non riesca a capirlo in tempo.
Questa paura mi limita enormemente e non riesco a godermi fino in fino questi incontri ravvicinati.
Naturalmente va tutto bene. Yai è simpaticissima, parla benissimo l’inglese (è una thai facoltosa, si vede proprio) e mi ha preso in simpatia perché dice che somiglio enormemente a sua figlia. Mi mostra una foto e non posso proprio darle torto! Siamo uguali.
Visitiamo il parco ed i forni per la cottura della ceramica che risalgono alla stessa era dei templi. Sono enormi. La terra è argillosa, siamo sulle sponde del fiume Yom, e l’umidità che sale dalla terra è davvero insostenibile.
Yai compra del pollo e del riso per pranzo (per tutti). Noi siamo sconvolti dall’esperienza dei culi di pollo del giorno prima e rimandiamo il pranzo a più tardi, sostenendo di non aver fame (in realtà siamo affamatissimi).
C’è un cartello vicino ad uno dei forni. Dice che non si possono raccogliere pezzi di ceramica dal sito archeologico. Yai ci spiega che non è solo per salvaguardare le rovine, ma che ogni luogo antico vede la presenza degli spiriti che lo hanno abitato. Portare via una parte di quel luogo, potrebbe voler dire essere visitati da uno degli spiriti. Nel dire questo guarda un fiore che ho trai capelli. Lo abbiamo preso all’ultimo tempio che abbiamo visitato…La visita di uno spirito thai, però, non mi spaventa più di tanto.
E’ già tardi. Yai, dopo averci scarrozzato in giro per le rovine, si offre di portarci fino a Sukhothai.
Per lei che sta procedendo in direzione nord verso Chiang Rai, significa allungare di 120 km, perché dovrebbe percorrere 60 km a sud fino a Sukhothai e poi di nuovo ripercorrerli in direzione nord. E’ dolcissima. Mi regala anche un mini ventilatore.
Vogliamo offrirle la cena, pagarle la benzina, ma non accetta nulla. Dice che per i thai è importante aiutare, e che non lo fanno per avere qualcosa in cambio. Io, visti i presupposti con cui ero partita, sono davvero commossa. Lei mi propone di continuare il viaggio fino a Chiang Rai insieme, noi la invitiamo in Italia. Dice che le piace tanto il tiramisù. Ci scambiamo gli indirizzi di posta elettronica. Ci lasciamo.
Rimaniamo a lungo in silenzio. Riflettiamo tutti sulla particolarità della giornata che abbiamo appena vissuto. Poi ne parliamo durante la cena. Torniamo presto in albergo. Domani ci aspetta un’altra alzataccia. E’ stata una giornata densa di sensazioni. Difficile da dimenticare.

28 Novembre
Ci svegliamo prestissimo. Facciamo colazione e ci dirigiamo a Sukhothai per prendere il primo autobus per Bangkok. Abbiamo un po’ esagerato, però, perché il primo autobus parte alle 8.30 e noi alle 7.30 siamo già alla stazione ad aspettare.
A turno ci facciamo un giretto finale per la città, compriamo qualcosa per il viaggio ed aspettiamo pazientemente l’orario di partenza. Dopo 6 ore arriviamo a Bangkok. Con un taxi cambiamo terminal e prendiamo un autobus per Kanchanaburi. Dopo altre 2 ore, finalmente arriviamo a destinazione. Il viaggio ci ha stremati.
Il buon Carlo (titolare di un'agenzia di viaggi locale - n.d.r.) ci aveva suggerito un paio di guesthouse presso le quali alloggiare, ma sono tutte e due al completo, così mi viene un’idea.
Andiamo all’agenzia presso la quale Carlo ci ha prenotato il tour di due giorni, e facciamoci aiutare da Kaan, il nostro contatto locale.
Kaan è dolcissima. Fa un sacco di telefonate per trovarci un albergo, ma il periodo è particolare, perché oltre ad esserci il Loy Kratong (festa delle luci e dei suoni), è anche la settimana commemorativa della costruzione del ponte sul fiume Kwae, quindi la città è affollatissima. Alla fine ci riesce. Soggiorneremo all’MK.
Ci facciamo portare lì da un taxi. A dire il vero l’albergo è un po’ sporco, ma siamo talmente stanchi che di girare ancora non abbiamo proprio la forza, così ci accontentiamo.
Abbiamo già preso accordi con Kaan. La nostra giuda ci verrà a prendere alle 9.
Usciamo per mangiare un boccone e finiamo in un locale chiamato Apache Saloon: un’enorme bettola. E’ buio ed anche un po’ equivoco, ad essere sinceri, e c’è un gruppo thai che canta canzoni country…Ci fanno troppo ridere. Ci sembra di essere in un film.
Rimaniamo lo stretto necessario e ce la diamo a gambe. Facciamo un po’ di spesa per assicurarci il necessario durante il tour e ce ne andiamo a letto esausti.

29 Novembre
Stamattina si fa colazione stile americano da 7 eleven. Due bei donuts ciascuno, un caffè orribile e fin troppo bollente e siamo pronti per partire. E’ arrivata Kui, la nostra guida, insieme all’autista che guiderà il nostro pullmino privato. E’ una ragazza di 24 anni sposata con un ragazzo inglese e con già una bambina di 10 mesi. Parla un ottimo inglese ed è molto brava e professionale.
La prima tappa è il cimitero (uno dei cimiteri ad onor del vero) dove sono seppellite le vittime della costruzione della ferrovia Thailandia-Myanmar voluta dai Giapponesi durante la seconda guerra mondiale per avere una via d’accesso alla Birmania (l’attuale Myanmar) e all’India. Ragazzi più giovani di noi, prigionieri di guerra, morti a causa delle condizioni disumane nelle quali erano costretti a lavorare, delle epidemie di malaria e beri- beri, della malnutrizione e delle malattie ad essa legate. I Giapponesi li costringevano a ritmi di lavoro troppo intensi, con turni di anche 15 ore. Un primo campanello mi risuona dentro e mi scuote nel profondo.
Lasciamo i nostri bagagli in agenzia per poter viaggiare con il minimo indispensabile e ci dirigiamo verso il ponte.
Visto che è la settimana commemorativa, c’è una specie di festival con tantissime bancarelle, ma di mattina sono chiuse, la città sta ancora dormendo.
Eccoci al ponte: nonostante non sia quello originale, ma una ricostruzione, mi sembra di essere stata catapultata indietro di 60 anni. Lo percorriamo a piedi attraversando il fiume Kwai. C’è un’atmosfera strana, intensa, mi sento sempre più presa da quello che sto vivendo. Torniamo indietro ed andiamo alla stazione ferroviaria. Da lì prendiamo un treno che percorre la Death Railway, passiamo con il treno di nuovo sul ponte, poi proseguiamo lontano da ogni segno di civiltà.
Ci sono punti in cui i prigionieri, per costruire la ferrovia, hanno dovuto tagliare la montagna e costruire ponti sospesi a pochi millimetri dalla parete di roccia. Il viaggio è davvero affascinante.
Dopo un’ora e mezza scendiamo e ci dirigiamo ad un imbarco, dove Kui contratta per una long tail tutta per noi. Si sale in barca e, risalendo il fiume, arriviamo ad un campo di elefanti, dove ci aspetta un giro “in sella” di un’ora. Il giro è un po’ troppo “per turisti” rispetto a quello che abbiamo fatto due anni fa a Chiang Mai, ma siamo contenti lo stesso.
Il nostro elefante si chiama Ubon, ha 25 anni, è molto alto rispetto agli altri ed ha una predilezione per i germogli quasi irraggiungibili. Per prenderli ci fa crollare qualche ramo in testa.
Giorgio ride, io protesto…
Ubon è guidato da un ragazzo di 17 anni, molto carino. Si vede che gli vuole bene, lo guida con dolcezza, senza imporsi con la forza…Per quanto, anche volendo, imporsi su un animale di questa taglia sarebbe un po’ problematico.
Alla fine del giro diamo qualche banana ad Ubon e rimontiamo in long tail. Risaliamo il fiume per un paio d’ore: incontriamo un coccodrillo morto a pancia in su, tantissimi uccelli colorati, bufali che fanno placidamente il bagno ed una natura prepotente e di un verde così vivo, che quasi ci abbaglia!
L’atmosfera è davvero surreale. Non incontriamo nessuno per la maggior parte del tragitto. Ogni tanto qualche struttura di bungalows galleggianti, ma tutto tace (a parte il motore della long tail). Siamo affascinati e godiamo di questa stupenda visione senza proferir parola e con gli occhi spalancati, quasi a voler “contenere” tutto.
Il fiume si snoda a destra e sinistra come un serpente. Il “capitano” della long tail prende le curve con dolcezza per non mettere a repentaglio l’ equilibrio della barca, e lo fa con una tale maestria che si capisce bene che non fa altro da quando è bambino! Alla fine arriviamo alle cascate nel parco nazionale Say Yok. Sono molto belle.
Il nostro “albergo” è proprio lì: una serie di bungalows galleggianti a ridosso delle cascate. Le camere sono davvero carine ed accoglienti. Noi ci aspettavamo delle catapecchie e ci eravamo preparati al peggio, invece la struttura è veramente bella! Persino le porte delle camere sono di legno intagliato. Apriamo la porta sul retro, giusto per dare uno sguardo e…Voilà! Si affaccia proprio sulla cascata! Che spettacolo!
Non c’è luce elettrica. Ci vengono portate davanti alla porta della camera due lampade ad olio. Io e Giorgio non resistiamo. La nostra curiosità ci spinge ad addentrarci nel parco. Superiamo un ponte sospeso (questo è anche piuttosto solido, per fortuna!), abbiamo la possibilità di vedere piante ed alberi fino ad oggi a noi sconosciuti. E’ uno spettacolo meraviglioso. Siamo felici e ci sentiamo davvero fortunati.
Poi si rientra alla base, perché la cena è quasi pronta. La migliore cena thai mai mangiata in vita mia, nonostante i tre viaggi in Thailandia all’attivo! Curry verde con pollo (il mio preferito!), curry rosso con maiale, pollo con anacardi, omelette con verdure, riso bianco e per finire, per la gioia di Giorgio, papaya. E’ tutto davvero squisito.
Mangiare alla luce dei lumi ad olio rende l’atmosfera ancora più affascinante e suggestiva.
Giorgio va in camera a cercare qualcosa. Prende il lume ad olio, entra. Dalla finestra vedo la sua sagoma illuminata dalla luce delicata della lampada ad olio…Mi sembra di vivere in un sogno.
E’ così difficile raccontare quello che sto provando…Sono emozioni così intense che faccio fatica ad esprimerle e le tengo dentro di me, e le rimugino e le assaporo, e mi lascio invadere da questo vortice emotivo che mai potrò dimenticare.
Imparo da Kui a chiedere in thai due tazze di caffè. Il nostro vocabolario si arricchisce piano, piano.
Si va a dormire, stanchi e felici, sembriamo quasi concentrati, attenti a non perdere nulla di tutto questo. Non parliamo molto, quasi per un’inconscia paura di rovinare l’intensità di questo momento. Ci addormentiamo abbracciati, sorridendo.

30 Novembre Auguri! Oggi sono 6 anni e mezzo che io e Giorgio stiamo insieme. Non poteva capitare in un posto migliore!
Dopo colazione si saluta il fiume e con il pullmino ci si dirige verso l’Hell Fire Pass, il punto più difficile per la costruzione della ferrovia, dove i prigionieri sono stati costretti a tagliare un varco nella montagna. Si chiama così, perché i prigionieri lavoravano anche di notte e il fuoco ed il caldo delle torce di bambù creavano strani giochi di luce sulla parete di roccia. Dalle fotografie e dai disegni dell’epoca che ho visto nel museo, non riesco ad immaginare un nome più adatto per quel posto. La montagna è stata tagliata a colpi di piccone e sono ben visibili i segni lasciati dagli arnesi che utilizzavano i prigionieri. In un punto c’è addirittura la punta di ferro di un piccone rimasta incastrata nella roccia.
Nonostante il caldo, l’aria è gelida. Camminiamo in un rispettoso silenzio e ci sembra quasi di sentire i colpi di piccone sulla roccia riecheggiare nell’aria. Il museo è tenuto ed organizzato benissimo.
C’è un breve percorso da seguire che racconta tutte gli eventi della seconda guerra mondiale fino alla resa dei Giapponesi.
Io ho sempre odiato la storia, non l’ho mai voluta studiare. Mi è sempre sembrata un insieme di date e nozioni che non mi appartenevano, quasi come se non fossero eventi realmente accaduti. Ma oggi scopro con grande sorpresa che la storia mi appartiene. Che la mia vita di oggi non è altro che il frutto di quello che è stato. Che tutto quello che sto vedendo è successo davvero e da così poco tempo che mi sembra di sentire le voci di quei ragazzi.
Sono stupefatta. Si risveglia in me un fortissimo interesse per tutto quello che sto vedendo. Leggo tutti i cartelli e cerco di afferrare più cose possibili. Le foto dei prigionieri non sono diverse da quelle di Auschwitz; le condizioni nelle quali erano costretti a lavorare, i fisici ridotti a pelle ed ossa, sono del tutto simili a quelli dei campi di concentramento. Occidente e Oriente non sono poi così diversi.
Pazzi da una parte, tiranni dall’ altra.
Barbarie e violenza su entrambi i fronti. Sto piangendo senza neanche rendermene conto. Sento quasi di condividere le fatiche e i dolori di quelle persone, di provare lo stesso terrore, la stessa rassegnazione che hanno provato loro.
Visto che nella foresta continuano a trovarsi ancora reperti dell’epoca, c’è un angolo del museo con una teca che contiene gli oggetti rinvenuti nell’ ultimo anno.
C’è una lettera che dice:
“Papà, sapevo che sarebbe stata dura, ma non potevo pensare che sarebbe stata così dura”.
Siamo tutti un po’ scossi, ma felici di aver potuto sapere, di aver potuto conoscere, di poter ringraziare Dio per non aver vissuto tali esperienze. Il pullmino ci conduce alla volta del parco Erawan, dove ci aspettano le cascate. Per arrivare fino al settimo salto, ci sono quasi 4 chilometri di vera e propria “arrampicata” da fare. Ma ne vale proprio la pena.
Ogni salto è più bello dell’altro. Le cascate formano delle piscine dall’acqua azzurra e limpidissima, dove si può fare il bagno e sguazzare, mentre le carpe ti mordicchiano curiose. E’ una faticaccia, ma siamo felicissimi di averla fatta. Lo spettacolo che si apre davanti ai nostri occhi è ineguagliabile. Gli alberi affondano le loro radici nell’acqua trasparente, spiragli di sole si infiltrano nella vegetazione fitta e noi assistiamo estasiati allo spettacolo della natura che è davanti ai nostri occhi.
Dopo le cascate Erawan si riparte per Kanchanaburi. Dormicchiano tutti (anche la guida), tranne me. L’autista si autoinfligge dei colpetti in testa per non addormentarsi. Io non riesco a chiudere gli occhi neanche un minuto; come faccio a dormire con la tempesta di emozioni che sto provando? Nel frattempo Kaan ci ha trovato un albergo migliore, il Luxory Hotel. E’ davvero carino e pulito. La ringraziamo ed io sono talmente entusiasta da dimenticare ogni usanza thai e l’abbraccio piena di gratitudine. Ringraziamo anche Kui che è stata una guida eccellente ed attenta ad ogni nostra esigenza! Dobbiamo assolutamente chiamare Carlo e ringraziare anche lui per la professionalità con cui ha svolto il suo lavoro e per complimentarci per la scelta delle persone di cui si avvale.
Dopo una doccia veloce ce ne andiamo in songthaew al festival. E’ veramente caratteristico. Ci sono migliaia di bancarelle che vendono di tutto. Ci fondiamo con le tantissime persone (quasi tutti thai) presenti e ci lasciamo trasportare dalla “corrente” fino al ponte. Compriamo i biglietti per lo spettacolo di fuochi d’artificio. Anche se il commento è completamente in thai, intuiamo il contenuto di quello che si dice. Il ponte è illuminato benissimo, ad un certo punto passa anche il treno…
Sembro una bambina emozionata, ma non me ne vergogno affatto, anzi ne sono contenta! Perché mi sto godendo tutto con gli occhi di chi non dà nulla per scontato. Andiamo a dormire tardissimo. Sono le 2. La sveglia è fissata per le 4.

1 Dicembre
Siamo sconvolti dalla stanchezza, ma ci facciamo forza e alle 5 siamo sul primo autobus per Bangkok. Dopo due ore eccoci in città, nel bel mezzo dell’ora di punta…
Dobbiamo spostarci al terminal est (Ekkamai) e c’è veramente tanto traffico.
Alle 8 prendiamo l’autobus per Trat. Ci aspettano 5 ore di viaggio. Questa volta è davvero interminabile. Forse è anche la stanchezza accumulata nei giorni scorsi, ma sembra non avere fine. Il sole batte forte sui vetri, nonostante il tempo non sia proprio splendido.
L’aria condizionata non è sufficiente e si muore dal caldo…
Finalmente arriviamo a Trat. Dopo uno spuntino velocissimo e gli ultimi contatti telefonici, prendiamo un songthaew per Laem Ngop, da dove partono i traghetti per le isole dell’arcipelago di Ko Chang. Da Trat a Laem Ngop ci sono circa 20 minuti di strada. Il songthaew si spegne un paio di volte, è un po’ “arrivato”…Ma il bravo autista sa come farlo ripartire.
Tra una risata e l’altra respiro l’aria satura dell’odore dei gamberetti sparsi su enormi teloni e messi ad essiccare. Ce ne sono distese sterminate. Anche questa zona è molto rurale e mi piace moltissimo.
Arriviamo al porto. Acquistiamo i biglietti per il traghetto che ci porterà a Ko Mak e prenotiamo la prima notte sull’isola, onde evitare brutte sorprese una volta arrivati.
Stasera non ce la faremmo proprio ad andare in giro a cercare un bungalow per la notte. E poi arriveremo con il buio, quindi questa ci sembra la soluzione migliore. Alle 3 il traghetto parte.
Ci sistemiamo, seduti per terra, con la schiena appoggiata alla cabina di guida, a prendere il sole. Inizia la traversata che durerà 3 ore. Il mare è bellissimo. Vediamo tantissime isole e ci rendiamo conto di quanto sia grande Koh Chang.
Due anni fa avevamo scelto di restare su Koh Chang, ma questa volta ci addentriamo un po’ di più nell’arcipelago. Koh Mak è più o meno al centro ed ha una posizione strategica per visitare altre isole. Il viaggio è veramente piacevole.
Il mare è calmo ed il vento denso di salsedine ci tiene freschi e ci proietta in un’altra dimensione: rovine, smog, e templi sembrano quanto mai lontani. Ad un certo punto, quando crediamo di essere ormai arrivati, la barca si ferma al largo, tanto che crediamo che ci porteranno sull’isola con una sorta di motoscafo. Ipotizziamo che ci sia bassa marea o degli scogli che impediscano al traghetto di raggiungere la riva. Invece arriva dalla costa una piccolissima barca che si affianca e si ferma solo il tempo per caricare degli enormi cubi di ghiaccio. Cos’è che li spinge a raggiungerci via mare, invece che passare al porto una volta attraccati?
Finalmente arriviamo a Koh Mak dopo 3 ore di traghetto e due magliette perse giocando a carte.
E’ completamente buio. Ci sono tanti pick-up, uno per ogni resort.
Ci sembrava che a Laem Ngop, l’addetta dell’”agenzia di viaggi” ci avesse prenotato due bungalows presso il “Fantasia” e così ci sistemiamo sul loro pick-up. Ma siamo un po’ troppi.
Il proprietario del resort ci dice che ha solo un altro bungalow libero. Noi gli mostriamo il voucher e lui ci dice che il nostro resort non è il “Fantasia”, ma il “Koh Mak Resort and Cabana”. Scendiamo con aria mesta e saliamo su un altro pick-up.
Non seguiamo la costa, ma ci addentriamo tra la vegetazione che è molto fitta. Sembra proprio che ci stiamo dirigendo sull’altro lato dell’isola. La strada è costruita con delle lastre di cemento e ci sono parti completamente sterrate. Le tavole che costituiscono una sorta di “panche” dove siamo seduti sono piuttosto dure e i sobbalzi non aiutano certo il nostro equilibrio precario.
Eccoci al resort. Scendiamo proprio all’entrata dei bungalows che sono a pochissimi metri dal mare. A me sembra veramente carino, Giorgio non è molto convinto. Più che altro è preoccupato per me. Ha paura che io non gli dica la verità. Siamo distrutti. Ci diamo qualche minuto per una doccia veloce (fredda!!!) e ci incontriamo al ristorante. Abbiamo mangiato veramente benissimo. Facciamo una passeggiata sulla spiaggia. Con una torcia Giorgio e Mauro illuminano l’acqua e…Sorpresa! Dei segnali luminosi fluorescenti rispondono alla sollecitazione della luce. Mauro ci spiega, da bravo sub, che è il plancton. Non abbiamo strumenti per confutare la sua tesi, e quindi ci crediamo. Io e Giorgio rimaniamo un po’ sotto la veranda, seduti sulle sdraio.
C’è un’aria così calma!
Ci sono anche tanti geki che sostano sulle mura di legno del bungalow in attesa di afferrare qualche zanzara. Ad un certo punto, sentiamo un rumore veramente strano. Questo animale sembra darsi prima la carica e poi comincia con un verso irripetibile, che dà l’ idea di qualcuno che ci sta prendendo in giro. Io e Giorgio guardiamo in alto verso il soffitto della veranda.
C’è una coda di circa 30 cm che pende da un asse…Il nostro ospite si affaccia. Sembra una specie di varano; a mio parere è molto carino. Ce ne andiamo a dormire, con l’ immancabile Vape acceso…Dopo 10 minuti Giorgio crolla. Io passo una delle notti più lunghe della mia vita. Non dormo neanche un minuto. Forse sono troppo stanca. Alle 23 tolgono la corrente, quindi il Vape ha perso la sua efficacia e le zanzare mi stanno divorando. Non sono neanche abituata a sentire così forte il rumore del mare e del vento che muove le palme. Vorrei leggere, ma non c’è luce e non ho idea di dove sia la torcia.
Riesco a tastoni a trovare il palmare di Giorgio, ma non riesco ad accedere ai vari giochi perché con il buio non vedo i tasti. Sono quasi disperata. Alla fine Giorgio si sveglia e mi faccio accendere il palmare. Mi fa un po’ compagnia, ma poi crolla di nuovo. L’alba sembra non arrivare mai.

2 Dicembre
Al primo raggio di luce, esco, trascino la sdraio fino alla riva e mi metto seduta ad ascoltare il rumore del mare e a leggere un po’. Gli occhi mi bruciano da morire. Per fortuna si svegliano tutti molto presto e così ce ne andiamo a fare colazione.
Oggi la giornata è completamente dedicata al relax. Non abbiamo voglia di fare niente. Facciamo con molta calma il bucato, sistemiamo un po’ le nostre cose e decidiamo di fare una passeggiata. Vogliamo arrivare fino alla punta che vediamo alla nostra sinistra.
Camminiamo lungo la riva. Tutti si fanno il bagno tranne me. La notte in bianco mi ha reso un po’ fiacca ed ho ancora tutta la colazione sullo stomaco, quindi non mi va di bagnarmi. Ad un certo punto, incontriamo il “Fantasia” e ringraziamo Dio che fosse al completo, perché è a ridosso di uno stagno e gli ospiti sono per la maggior parte quelli che a Roma chiamiamo “zozzoni”.
La spiaggia è finita. La natura è così selvaggia che cerca di prendere possesso della terra fino al mare. Per superare questa “barriera” siamo costretti ad addentrarci in una piantagione di cocco.
C’è un gruppo di thai che brucia l’esterno delle noci e che sta facendo una siesta. Sono sdraiati per terra. Ci salutano amichevolmente. Mauro, che è il capofila, fa un balzo all’indietro. Stava per mettere il piede su un grosso esemplare di scorpione nero. Per fortuna ci accorgiamo che è morto e procediamo.
Giorgio, Mauro e Barbara fanno il bagno intorno agli scogli. Ci sono un sacco di pesci. Giorgio segue ammaliato un pesce palla, che procede tutto tranquillo senza farci troppo caso. A me non piace molto. Invece di esserci la sabbia il fondale è una ininterrotta lastra granitica scura. L’aspetto è quello di un’isola vulcanica. Il contrasto con la spiaggia adiacente è stranissimo.
Aspetto seduta su un tronco di palma cresciuto parallelo all’acqua del mare. Poi torniamo indietro tutti insieme e ce ne andiamo a pranzo. Parlando di fauna marina, Mauro ci racconta che esistono delle meduse molto pericolose, che possono essere addirittura mortali se il loro veleno colpisce qualcuno che ne è allergico.
Dopo mangiato chiediamo di parlare con il proprietario per contrattare il prezzo dei bungalows per le prossime notti. Parliamo tramite un interfono che mette in comunicazione il ristorante con “The Office”. Passiamo l’intero pomeriggio a leggere sotto la veranda, all’ombra delle palme. Quando viaggiamo, io e Giorgio portiamo con noi un libro che leggiamo a turno, a voce alta, l’uno per l’altra. La scelta del libro è importante: non deve essere troppo lungo, perché dobbiamo finirlo prima di tornare, ma neanche troppo breve, perché rischiamo di trovarci senza nulla da leggere a metà del viaggio. Quest’anno la scelta è caduta su: “Tokio Blues - Norwegian Wood” di Haruki Murakami. Ci è piaciuto moltissimo.
Dopo tre ore di lettura, guardo Giorgio un po’ preoccupata. E’ tutto rosso, nonostante siamo stati tutto il tempo all’ombra. Questo vorrà dire protezione totale fino alla fine della vacanza. La sua pelle è delicatissima e si brucia fin troppo facilmente.
Decidiamo di fare un bel bagno per rinfrescarci, perché fa un caldo terribile. Dopo una mezz’ora di giochi, schizzi e nuotate, ci raggiungono anche Barbara e Mauro che si sono appena svegliati. Stiamo un altro po’ nell’acqua. Poi comincio ad avere un po’ freddo e decido che è tempo di uscire. Mi dirigo per prima verso la riva. L’acqua non arriva neanche alle ginocchia.
Giorgio vorrebbe che restassi ancora e mi urla: “Guarda che se esci non ti difendo dalle meduse!”. Non fa neanche in tempo a finire la frase, che sento un fortissimo dolore alla caviglia, come se attorno ad essa si fosse attorcigliato un filo fatto di frammenti di vetro. Sento come una scossa. Provo a liberare la caviglia usando la mano. Nel frattempo urlo e corro verso la riva. Giorgio non mi crede. E’ sicuro che io stia scherzando. Mauro e Barbara invece hanno capito ed escono di corsa. Mi siedo sulla spiaggia a piangere. Mauro corre al Diving a chiedere consiglio su cosa fare. Poi andiamo dal gestore del ristorante.
Nel frattempo una miriade di bollicine d’acqua sono comparse come un bracciale intorno alla caviglia che è diventata così gonfia da sembrare un pallone. Sono spaventatissima per le parole che Mauro ha detto stamattina durante la passeggiata. La cameriera mi versa dell’aceto sulla caviglia. Brucia tantissimo.
Il gestore ci spiega che a pungermi deve essere stato un tentacolo staccatosi da una medusa, perché di solito intorno all’isola non ce ne sono, mentre al largo della baia abbondano. Probabilmente il tentacolo è stato portato dalla corrente. Me ne vado in camera tutta dolorante.
Dopo la doccia andiamo all’ufficio del resort, dove sono concentrati: una buca delle lettere, un telefono internazionale, un mini-market e una postazione internet non ancora funzionante. Il proprietario ci dice che domani, se vogliamo, possiamo unirci ad un gruppo già costituito per un’uscita ad un’isola vicino per fare dello snorkeling.
E qui va fatta una piccola premessa. Io ho paura di…Mi vergogno un po’ a dirlo…Sono terrorizzata dall’eventualità di un incontro con uno squalo! E’ una paura che, chissà perché, ho sin da piccola, e non c’è modo di togliermela…In più, l’incontro con la medusa non mi ha ben disposto…
Comunque, per non rovinare i piani dei miei tre compagni di viaggio, che nel frattempo mi guardano imploranti in attesa di una risposta positiva, prendo il coraggio a due mani e dico di si. Ci penso e ripenso tutta la sera…sono un po’ in ansia, ma mi convinco che non è il caso di stare preoccupata. Se mai, mi preoccuperò domani!
Dopo cena ce ne andiamo a letto. Appena entriamo nel bungalow il nostro ospite dalla coda lunga ci saluta. Noi lo chiamiamo il “cu-cu”, non riuscendo a trovare nome migliore.
Stanotte sono certa che dormirò come una bimba, ma per ogni evenienza, metto vicino al letto: la torcia, il libro, il palmare e qualcosa da mangiare! Stavolta sono organizzatissima! Ma il sonno arriva prestissimo e finalmente mi lascio andare ad una lunga e serena dormita tra le braccia di Giorgio.

3 Dicembre
Finalmente mi sento riposata. La caviglia è sempre gonfia e dolorante, ma va meglio. Prepariamo gli zaini per l’escursione e, dopo colazione, ci dirigiamo al luogo dell’appuntamento. Saliamo su un motoscafo che ci porta alla barca più grande. Si parte!
Sono tutti thai tranne noi quattro e una famiglia di francesi “atipici”. Il viaggio in barca dura poco più di mezz’ora. Il tempo è splendido. Ci incremiamo e, in men che non si dica, eccoci a Koh Kra.
E’ poco più di uno grosso scoglio di fronte ad un altro di cui non conosciamo il nome. Dobbiamo scendere. Prendo il coraggio a due mani e con un po’ di sana incoscienza mi butto anch’io. Appena entrati nell’acqua una miriade di pesci colorati ci viene intorno curiosa. Io cerco di cacciarli. Giorgio ride divertito e gioca con i pesci che lo mordicchiano. Il fondale è meraviglioso. Ci sono tantissimi coralli di tutti i colori e pesci così variopinti da sfidare ogni umana fantasia, murene, razze, pesci pappagallo, spugne, pesci palla ed altri di cui non conosciamo il nome.
Nuotiamo aiutati dai giubotti di salvataggio che ci hanno consigliato di indossare a causa della corrente, che in effetti è molto forte. Dopo un po’ approdiamo sull’isolotto. C’è una spiaggia minuscola di sabbia candida, conchiglie e corallo. E’ un vero paradiso!
Ci sdraiamo qualche minuto al sole e poi riprendiamo a nuotare. Per me è anche troppo. Mancano ancora 10 minuti, ma decido di risalire in barca. Sono così fiera di aver avuto il coraggio di vivere questa esperienza! La prossima destinazione è Koh Kham, un’isoletta proprio di fronte a Koh Mak. L’isola è piccolissima, ha delle scogliere molto belle e l’acqua del mare è molto poco profonda, proprio adatta a fare il bagno. C’è anche un resort sull’isola, per chi decidesse di rimanere.
Ci sembra di essere sbarcati in un mondo non ancora conosciuto. Mai viste così poche persone in un posto così bello! Ci sono anche tantissimi calamari che nuotano indisturbati attorno alla barca. Si torna a Koh Mak. Abbiamo una fame da lupi (tanto per cambiare). Il resto della giornata è dedicato al relax, ai bagni e alla lettura. Prima di cena andiamo al mini-market per la spesa di schifezze quotidiana e per un bel cocco che avevamo fatto mettere in frigo.
Cena come al solito luculliana, sfida a carte e a dormire.

4 Dicembre
Oggi l’idea era di farci portare in barca a Koh Kham e passare la mattina a crogiolarci al sole e a fare bagni con la curiosità di chi si accosta ai pesci per la prima volta, ma il tempo non è ottimo, c’è un gran vento e preferiamo lasciar perdere. Così ci affittiamo, sempre all’ufficio del resort, 4 bici tanto, dico io, l’isola è tutta piatta, non dovremmo fare troppa fatica…
Appena dietro al resort inizia una salita al 50%. I miei tre compagni di viaggio mi guardano severi. Io rido e vado avanti. Lo sterrato è completamente sterrato rosso. Mi chiedo come mai la terra tailandese sia tanto rossa. Forse contiene tanto ferro. Ammetto di essere un po’ ignorante in materia. Barbara e Mauro ci hanno già abbandonato. Barbara non si sente in forma, così tornano indietro e barattano le bici con un motorino. Io e Giorgio invece siamo già calati nella parte degli esploratori provetti e continuiamo a pedalare in salita non curanti del caldo e dell’ umidità.
Ai due lati della strada ci sono file interminabili di alberi della gomma, con il tronco inciso a formare una spirale e dei recipienti a raccogliere il fluido viscoso. Arriviamo ad un grosso edificio che ci hanno detto essere la centrale elettrica. Da lì pieghiamo a destra e poi di nuovo a sinistra, oltrepassiamo una scuola, un tempio, delle abitazioni più o meno sparse nella foresta e ci dirigiamo ad un resort sulla costa opposta. Pedalare è sempre più faticoso, man mano che il sole è più alto.
Tra l’altro la strada è molto sconnessa e la mia bici frena poco, quindi andiamo molto cauti. Incontriamo un gruppo di persone che lavora per decespugliare i bordi della strada. Ci guardano divertiti, ci sorridono, aspettano che siamo passati prima di riprendere il lavoro con falce e machete. Finalmente giungiamo a destinazione. Il posto si chiama “Ao Khao Resort”. E’ molto carino. Per di più essendo sull’altro lato dell’isola è completamente riparato dal vento e gode del sole sin dalle prime ore del mattino: la condizione ideale per un bel bagno rinfrescante dopo questa sudata. L’acqua è veramente cristallina.
Il proprietario è un tipo stranissimo, un po’ adrenalinico, che parla anche il tedesco e che non vede l’ora di accalappiare qualche nuovo cliente. Dopo il bagno, ci fermiamo per il pranzo. Ma non c’è proprio storia! Il nostro ristorante è di gran lunga migliore! Questo ci trattiene dall’idea iniziale che avevamo avuto di cambiare resort. Si torna indietro.
Riconsegnamo le bici. Io mi sento veramente rinata. Un po’ di moto mi mancava proprio!! Barbara e Mauro tornano al bungalow. Pur avendo girato in motorino sono un po’ stanchi. Io e Giorgio non siamo ancora contenti e, dopo esserci spogliati dei vestiti bagnati, ci dirigiamo sulla destra, decisi a raggiungere il capo opposto a quello visitato due giorni fa. La passeggiata è meravigliosa. Superiamo un pontile mezzo diroccato, procediamo con i piedi nell’acqua. A ridosso della spiaggia un intrico fittissimo di palme e altre piante. Milioni di conchiglie sulla spiaggia. Ci fermiamo ad ogni passo per guardarle.
Ma non vogliamo raccogliere niente.
Ci piace pensare che chi verrà dopo di noi potrà assisterà allo stesso meraviglioso spettacolo. Tantissime noci di cocco cadute dalle palme, dalle quali inizia a spuntare un ciuffo verde di foglie. Nuove palme ancora in boccio. Procediamo lentamente, perché ogni tanto bisogna aggirare le barriere naturali create dalla vegetazione. A volte bisogna andare in acqua, perché l’accesso è completamente sbarrato, altre volte facciamo curiose gimkane intorno, sotto e sopra agli alberi. Alla fine arriviamo. Siamo scalzi e i piedi sono un po’ indolenziti da conchiglie, coralli e scogli.
Tra Koh Mak e Koh Kham si vede chiaramente una lingua di sabbia sommersa da pochi centimetri d’acqua. Sicuramente si può attraversare addirittura a piedi durante la bassa marea. Torniamo indietro al tramonto. Lo spettacolo ci lascia senza parole. Camminiamo mano nella mano e ci sentiamo così liberi e felici, che non vorremmo più tornare indietro. Ripassiamo dall’ufficio del resort. Il proprietario ci dice che domani andrà a Koh Kut con un gruppo di locali. Non abbiamo ben capito a fare cosa, dice che devono andare lì ogni mese; ci chiede se vogliamo aggregarci. Rispondiamo subito entusiasti di si. Torniamo al bungalow. Siamo rilassatissimi. Ci facciamo una doccia ed andiamo a cena.
Il vento è veramente forte e caldo, sembra che abbiano istallato un enorme phon sul mare. L’orizzonte si riempie di luci di pescherecci. Su Koh Kham si vede salire un po’ di fumo proveniente dalla cucina del resort e si accendono le prime luci.

5 Dicembre
Happy Birthday the King! Oggi è il compleanno del Re. Per noi, che è sempre festa, i soliti pancakes con frutta, toasts con burro e marmellata, piattone di frutta fresca, caffè e succo d’ananas. Qualcuno poi mi spieghi perché Giorgio è dimagrito 2 chili e io ne ho presi 3!
Andiamo all’appuntamento con il Boss e sulla sua jeeppina rossa ce ne andiamo bei belli al molo. Saliamo su un grosso peschereccio, già pieno di thai. Salire non è molto agevole perché la barca è piuttosto lontana dalla banchina. Io, da super atleta che sono (Ah! Ah!) salgo con un balzo, con l’ adrenalina che mi annebbia la vista. Una signora un po’ più anzianotta, non ce la fa e per trovare un po’ di stabilità cerca un appoggio e trova il…le parti intime di Giorgio! Lui rimane sbigottito e si mette a ridere come un matto mentre ci racconta l’accaduto. La signora non fa una piega. Siamo gli unici occidentali.
La traversata durerà un’ora e mezza. Ci “accomodiamo” su una panca e, con le gambe a penzoloni fuori dal parapetto, ci godiamo il sole e il mare. Dopo un po’ ci giriamo verso l’interno della barca. Tutti chiacchierano e ridono e scherzano e c’è un’atmosfera così rilassata! Qualcuno dorme, il Boss legge.
Poco prima di arrivare a Koh Kut, tutti si danno un tono. Gli adulti maschi indossano sopra alle t-shirts sdrucite una camicia stile militare, con i gradi. Il Boss sembra essere il più alto in grado ed infatti è anche piuttosto rispettato e riverito. Eccoci a Koh Kut. Il molo al quale attracchiamo non è quello principale, ma uno secondario su una spiaggia isolata da tutto. Procediamo a piedi in mezzo alle piantagioni di cocco seguendo la scia dei nostri compagni di viaggio thai. Ci addentriamo verso il centro dell’isola e ci sembra di essere sempre più lontani da ogni segno di civiltà.
Le poche persone che incontriamo non parlano una parola d’inglese. Il caldo è soffocante. Cerchiamo anche di affittare un motorino da una signora che gestisce un improbabile ufficio postale, ma non abbiamo alcuna fortuna. Decidiamo di tornare verso il mare.
L’appuntamento al molo è per le 14, sono solo le 11.
Sorpresa! Superato un piccolo villaggio ed una scuola con adiacente un inceneritore di salme, arriviamo di nuovo sulla riva del mare in un resort chiamato Koh Kut Cabana. E’ molto bello e frequentato solo da orientali. Ci rilassiamo un po’ all’ombra delle palme. Poi ci avventuriamo verso il ristorante per uno spuntino. Uno dei giovani gestori ci spiega che su Koh Kut i resort offrono quasi tutti dei pacchetti “tutto compreso”. Ma non ci fa alcun problema per il pranzo. Mangiamo molto bene. E’ l’ora di mangiare anche per gli ospiti del resort. E’ tutto pronto sui tavoli. Le pietanze sembrano davvero squisite.
Dietro a noi ci sono gli unici altri occidentali. Indossano una maglietta quanto mai curiosa con scritto “Messiah! My Lord”. Capiamo che deve essere qualche strano gruppo di esaltati, ma non desideriamo approfondire. Tornati sulla spiaggia, Barbara si fa fare un massaggio. Io e Giorgio ce la ridiamo allegramente commentando le manovre della massaggiatrice e le urla di dolore di Barbara. E’ l’ora di tornare. Ci dirigiamo verso il molo e alle 14, puntualissimi come un orologio svizzero, stiamo per salire sulla barca. La cosa curiosa è che per salire si utilizzano le altre barche attraccate, come se fossero dei camminatoi.
Eccoci a bordo. Tutti mangiucchiano cose strane: una specie di frutti simili ad olive, semi di cocomero, papaya verde con zucchero e peperoncino. Vorremmo quasi assaggiare, ma il nostro thai non arriva ancora a tanto. Notiamo che molte delle donne hanno le dita macchiate di inchiostro, come se qualcuno avesse preso loro le impronte digitali. Cominciamo a fare mille supposizioni. Saranno andati a votare, sarà una sorta di censimento, sarà che i ragazzi devono fare il militare…. Dobbiamo aspettare un’ora prima di partire, perché alcune persone non sono ancora tornate.
Nel frattempo i ragazzini pescano tantissimi calamari con le loro canne ed io mi perdo negli occhi dolci dei thai.
Le donne chiacchierano tranquille. I loro occhi profondi sembrano comunicare senza bisogno delle parole. Sono vispi ed intelligenti, scuri e limpidi. Una vera poesia. Mi innamoro di quegli occhi così vivi.
Durante tutto il viaggio di ritorno, resto ad occhi chiusi a godermi il sole e la salsedine. Ogni tanto si vede qualche pesce volante saltellare tra le onde. Molti degli uomini dormono, qualcuno beve birra, i bambini corrono su e giù per la barca con il loro bottino di pesca. Eccoci di nuovo a Koh Mak. E’ stata una bellissima giornata. Davvero al di là di ogni possibile previsione. Torniamo in jeep fino all’ufficio del resort. E’ già sera.
Ringraziamo il Boss che è stato così gentile da portarci con lui. Ci mangiamo un bel cocco e proviamo a collegarci ad internet, con l’aiuto del responsabile del diving, uno svizzero razzista che, una volta saputo che siamo italiani, ci guarda un po’ schifato.
Stasera la cena è ancora più buona e abbondante…Non avremo esagerato?

6 Dicembre
Ultimo giorno di paradiso… Abbiamo deciso di dedicarci al più completo relax. La mattina passa in fretta tra bagni e lettura. Mauro per pranzo decide di provare “Macaroni with prawns”. Noi tre siamo schifati, non possiamo crederci! Lo riprendiamo con la telecamera, per avere le prove di questo scempio…
Subito dopo pranzo decidiamo di portare Barbara e Mauro a fare la stessa passeggiata che abbiamo fatto due giorni fa. Stavolta abbiamo le ciabatte e procediamo molto più velocemente. Mauro e Barbara invece sono lontanissimi dal traguardo.
Arrivati in punta, decidiamo di continuare. Aggiriamo il capo e pieghiamo a destra. Da qui procedere è pressoché impossibile. Questa zona è completamente isolata. Gli alberi hanno piantato le loro radici nell’acqua del mare e aggirarli è davvero difficile. Invece della sabbia, ci sono miliardi di conchiglie e pezzi di corallo portati dalla corrente. E’ tutto in ombra, il verde domina ovunque, l’atmosfera è quasi angosciante. Decidiamo di non proseguire e torniamo sulla punta. Tra Koh Mak e Koh Kham c’è un minuscolo isolotto.
Io e Giorgio decidiamo di arrivare a piedi fin là. L’acqua è davvero bassissima. Poi saliamo sugli scogli e giochiamo come bambini. Un bagno e decidiamo di tornare indietro. Lasciamo Barbara e Mauro a godere ancora un po’ di questo angolo di paradiso, e ce ne torniamo al bungalow. Dopo una doccia e un altro po’ di relax decidiamo di preparare i bagagli.
E’ un po’ triste dover ricomporre gli zaini. Ci sembra di lasciare qualcosa, ma non sono vestiti, né oggetti da infilare in valigia…Abbiamo anche raccolto una noce di cocco appena germogliata che Giorgio vorrebbe portare a Roma e piantare nel proprio giardino, ma alla fine decidiamo di lasciarla qui.
E’ tutto pronto. Facciamo un po’ di foto al tramonto, per immortalare i nostri visi rilassati e le nostre espressioni un po’ malinconiche. Anche Barbara e Mauro hanno preparato i loro zaini. Ce ne andiamo a consumare l’ultima cena a Koh Mak. Al ristorante hanno anche messo un piccolo albero di Natale. Ce ne eravamo quasi dimenticati. Come sarebbe bello poter passare il Natale a Koh Mak!
Sorridiamo all’idea dei nostri conoscenti tutti intenti a sbraitare nel traffico di Roma mentre cercano di acquistare gli ultimi regali… La cena è come al solito, ottima: gamberoni e verdure fritti ed inzuppati in una deliziosa salsetta agro-piccante, gamberi all’aglio, un pescione fritto e condito con salse appetitose, riso con gamberi, banana fritta e papaya fresca. Mamma mia, che buono!!!
L’ultima notte a Koh Mak è quasi come la prima…Non riesco a dormire. Io e Giorgio chiacchieriamo un po’. Ridacchiamo prendendo in giro il nostro amico “Cu-cu” che stasera sembra un po’ rauco. Facciamo un gioco sperimentato due anni fa nella cuccetta del treno che ci portava da Chiang Mai a Bangkok. A turno, uno di noi pensa ad una persona e l’altro deve indovinare di chi si tratta facendo delle domande. Leggiamo un po’ alla luce della torcia. Siamo un po’ tristi perché la vacanza volge al termine. Ma allo stesso tempo siamo felici e pieni di gratitudine per aver potuto vivere questi giorni indimenticabili.

7 Dicembre
L’alba arriva presto, troppo presto. Sistemiamo le ultime cose, ci prepariamo e andiamo a fare colazione. Un velo di malinconia sui nostri volti. Un pick up del resort ci accompagna al molo. Saliamo sulla barca. Questa volta è più grande e noi ci sistemiamo su delle sdraio al piano di sopra. Dopo qualche minuto arrivano gli altri passeggeri e si parte. Appena usciti dal porto ci accorgiamo che il mare è veramente mosso.
Il viso del “capitano” sembra rilassato, ma gli occhi degli altri passeggeri rivelano un po’ di terrore. In effetti le onde sono proprio alte e l’abile timoniere va pianissimo, anzi, in alcuni momenti, quando affrontiamo onde particolarmente difficili, toglie completamente il gas. Io comincio ad avere un po’ di paura…Tre ore così potrebbero essere difficili da affrontarr...E se dovesse decidere di tornare indietro? Per non farci coinvolgere dal mal di mare e dalla paura, io e Giorgio continuiamo a leggere il nostro libro.
Dobbiamo tenerci vicendevolmente le sdraio perché l’impatto con le onde rende il nostro equilibrio nullo, benché siamo seduti. Fa anche molto freddo ed il vento è forte, ma noi ci mettiamo una felpa e non desistiamo. Andiamo avanti imperterriti. A metà del tragitto, la situazione è leggermente migliorata, forse perché non siamo più in mare aperto, ma ci sono tante isole intorno a noi.
Il libro finisce e, quasi contemporaneamente, arriviamo a Laem Ngop. Rimediamo un songthaew che trasporta un mare di cassette piene di bottigliette di coca-cola. Barbara e Mauro salgono davanti. Io e Giorgio ci confondiamo tra le bottiglie, di dietro.
Guardiamo indietro, verso il mare. La strada corre veloce. Un groppo alla gola, mille pensieri. Il tintinnio delle bottiglie di vetro vuote. Ci sorridiamo, non diciamo niente. Intuiamo l’uno le emozioni dell’altra. Il quarto d’ora più intenso della vacanza. Un riassunto emotivo di tutte le esperienze vissute. Un’immensa gratitudine per questa terra che ci ha accolto così benevolmente e dalla quale non vorremmo più staccarci.
Arriviamo a Trat. L’autobus è quasi pronto a partire. Barbara e Mauro vanno a comprare il pranzo per tutti. Si parte.
Queste cinque ore passano abbastanza velocemente. Un po’ si dorme, si guarda con gli occhi strabuzzati il paesaggio che cambia continuamente, si smangiucchia qualcosa. Eccoci a Bangkok. C’è tantissimo traffico, contrattiamo con un tassista il prezzo della corsa fino all’albergo e saliamo a bordo. Durante l’ora passata in taxi io non faccio altro che cantare ad alta voce. Quanto mi piace cantare! Il tassista è contentissimo. Ogni volta che finisco una canzone applaude e mi dice che sono brava. Barbara e Mauro mi seguono un po’ con la voce, Giorgio mi invita a cantare le canzoni che gli vengono in mente ed io ogni volta accetto la sfida. Ridiamo come pazzi. Eccoci all’albergo. Per la terza volta abbiamo scelto il First House. Ci troviamo benissimo e la posizione è veramente congeniale per le nostre esigenze.
Sbrigate le formalità saliamo in camera per una doccia veloce e dopo poco siamo di nuovo in taxi per andare a mangiare. Stasera si va da Somboom a mangiare il granchio! Il locale è enorme e pienissimo, ma dopo pochissimi minuti di attesa ci assegnano un tavolo. La cena è buona, anche se rimpiangiamo un po’ l’atmosfera e la tranquillità del ristorantino di Koh Mak…,ma anche Bangkok ci piace molto.
E’ una città piena di mille contraddizioni. Niente affatto bella, ma così affascinante! Dopo la cena ce ne andiamo a piedi a Pat Pong e facciamo già i primi acquisti. A dire il vero Pat Pong non mi piace per niente.
I Thai non sono loro stessi, sono troppo “occidentalizzati” a forza di contrattare con i turisti. La maggior parte dei venditori è un po’ scontrosa e sbrigativa, ma capisco che ci sono talmente tante persone, che sarebbe impossibile dedicare a tutti tempo e pazienza. Dopo una bella passeggiata ed un caffè, ce ne torniamo in albergo esausti. A questo punto, la doccia fredda è l’unica cosa che non rimpiango dell’isola!

8 Dicembre
Questi giorni a Bangkok saranno dedicati solo ed esclusivamente allo shopping. E’ la terza volta che visitiamo la città ed ormai l’abbiamo girata in lungo e in largo, pertanto decidiamo che l’unico strappo alla regola sarà il Museo Nazionale, che visiteremo domattina presto. Dopo un’abbondante colazione, ci dirigiamo a piedi al World Trade Centre, che è il centro commerciale di Bangkok che io e Giorgio prediligiamo. Portiamo a sviluppare i rullini di foto scattate nei giorni precedenti e passiamo la giornata tra un negozio e l’altro. Ci incontriamo con Barbara e Mauro per un panino all’ora di pranzo e continuiamo il nostro shopping fino alle 16. Poi un salto in albergo per una doccia e un po’ di relax, e con un taxi ci dirigiamo di nuovo nella zona di Silom Road. Dobbiamo comprare qualche orologio che ci hanno commissionato da Roma e poi ce ne andiamo a cena da Thom Kreung (o qualcosa di simile…A dire il vero il nome non l’ho capito bene neanche quando l’ho visto scritto!). La cena non è proprio eccezionale, ma tutto sommato stiamo bene. Anche stasera una passeggiata per Pat Pong, e poi in albergo.
La partenza si avvicina al galoppo e noi, sospirando, cerchiamo di prendere da queste ultime ore quante più energie possibile per affrontare di nuovo gioie e dolori della vita quotidiana. Alle due di notte abbiamo “la fortuna” di vedere la partita di coppa UEFA della Roma contro l’Amburgo. Giorgio e Barbara, tutti e due tifosi hanno deciso di guardarla. Si bussano sul muro da una camera all’altra per svegliarsi. Io continuo a dormire… Dopo un po’ cede anche Giorgio. Si sveglia solo al momento del goal: sembra quasi che il suo inconscio abbia avuto un’intuizione!

9 Dicembre
Tragedia delle tragedie! Giorgio si è svegliato con il suo mal di testa. Per lui mal di testa significa vomito, vertigini, occhi fuori dalle orbite. Niente lo aiuta a breve termine. Per ritrovare anche solo un barlume di forze per alzarsi devono passare almeno 24 ore. Io capisco al volo la gravità della situazione. Tra l’altro il furbastro ha pensato bene di portarsi solo una bustina della sua medicina e l’ha presa a Koh Mak…Che faccio?
Lo lascio a letto, scendo con Barbara e Mauro a fare colazione e poi esco in cerca di una farmacia dove reperire il Mig Priv. Niente da fare. Mi offrono tutti pasticche a base di aspirina, che già so non essere di nessun aiuto.
Corro disperata al World Trade Centre. C’è un Watson’s lì davanti, forse c’è qualcuno che può aiutarmi. Ma niente. L’addetto al reparto farmaceutico arriva alle 11, ma io non posso aspettare. Mauro ha fatto un’iniezione di Plasil a Giorgio per calmare la nausea, ma per il mal di testa, dovrà accontentarsi di un Aulin. Speriamo possa sortire qualche effetto.
Torno in camera. Giorgio è nevrotico. Pensa al fatto che domani partiamo e che stiamo passando l’ultimo giorno a Bangkok rinchiusi in camera. Anche alzarsi per andare in bagno è un’impresa. Gli dico di rilassarsi e di cercare di dormire. Mentre lui si appisola io scrivo un po’ del mio diario di viaggio, guardo qualche film in TV, mangio qualche biscotto, e prego che al suo risveglio il dolore gli abbia dato un po’ di tregua. Ma niente. Decide di violentarsi e di alzarsi.
Lo infilo nella vasca e gli faccio un bagno tiepido, poi lo aiuto a vestirsi e usciamo per un’oretta. Ha gli occhi segnati da orrendi cerchi viola. E’ deboluccio. Prendiamo un taxi e andiamo al negozio degli orologi per vedere se è arrivato qualcosa di nuovo. Poi andiamo al World Trade Centre per ritirare le foto e torniamo in albergo. E’ stanchissimo. Ceniamo con qualche porcheria comprata durante la passeggiata e ci mettiamo a vedere la TV. Pensiamo a Barbara e Mauro in giro per Bangkok e siamo proprio arrabbiati per questo ultimo giorno così sfortunato…Abbiamo mancato anche al visita al Museo Nazionale! Alla fine, nonostante i nervi, ci addormentiamo.

10 Dicembre
Apro gli occhi piena di speranza. Mi giro verso Giorgio. Mi dice che sta ancora male e che non se la sente di uscire, ma io insisto perché si alzi. Sono convinta che stare rintanato in camera non possa in alcun modo giovare al suo mal di testa. Per fortuna si fida di me ed infatti man mano che le ore passano, sta meglio. Facciamo un giro per Pratunam Market, poi andiamo a Mambukrong (naturalmente non so come si scrive…) per gli ultimi acquisti.
Dopo pranzo Barbara e Mauro decidono di farsi fare un massaggio plantare per riposare i piedi fin troppo provati, ma io e Giorgio decidiamo di ritornare in albergo per poter fare tutti i preparativi con calma. Passiamo di nuovo al World Trade Centre, ci compriamo un po’ di frutta per cena e tante cose buone da portare a Roma: curry verde, rosso e giallo, latte di cocco per fare le zuppe, riso, salsa agro-piccante per i fritti, salsa di soya, ananas, mango, papaya, banane, noccioline ricoperte di cocco…
Poi ci dirigiamo in albergo con le braccia cariche di buste e gli zaini pieni all’ inverosimile. Saliti in camera, facciamo prima di tutto le valigie (non si sa perché ma il numero di borse è aumentato…). Poi ci rilassiamo un po’ e nel frattempo arrivano Barbara e Mauro. Ci sediamo tutti e quattro sul lettone e pasteggiamo con la nostra frutta e quella che hanno comprato anche loro.
Assaggiamo per la prima volta il durian (pensavamo meglio, sinceramente…), il dragon fruit, un frutto rosso, un po’ bitorzoluto che dentro è bianco a puntini neri e la papaya verde (una vera schifezza!!)…E poi jackfruit (che io chiamo frutto “caramella” perché è dolcissimo), gli immancabili papaya e mango, pomelo…Insomma, un miscuglio di sapori che chissà quando avremo di nuovo occasione di provare. Barbara e Mauro ci lasciano continuare i preparativi.
Una doccia, ci vestiamo e siamo pronti per il lungo viaggio che ci attende. Ci salutiamo, siamo un po’ tristi, ma consapevoli che l’ora di tornare è arrivata. Con Barbara e Mauro siamo stati proprio bene.
Il taxi ci porta velocemente all’aeroporto. Cerchiamo di nuovo di farci sistemare in prima classe, ma la hostess ci dice che non ha segnalazioni al riguardo, ma che ci assegnerà dei posti un po’ più spaziosi. Un sandwich al Black Canyon (una catena di ristoranti-caffè thai), un giro per l’ inavvicinabile duty free, un bel po’ di gocce di Ansiolin, e siamo sull’aereo.
Si parte leggermente in ritardo. La mia solita paura. I posti che la hostess ci ha assegnato sono terribili: proprio davanti allo schermo…Non possiamo neanche allungare le gambe e stiamo scomodissimi. Giorgio non dorme per niente. Io riesco a dormire un po’ aiutata dalle gocce, ma mi fa male tutto. Quando è quasi mattina danno un orribile film che decidiamo di guardare per la disperazione. Penso al fatto che alle 6 atterreremo e che alle 9 dovrò essere in ufficio…
Eccoci arrivati. Ci ringraziamo reciprocamente per questa splendida esperienza. Ci facciamo coraggio a vicenda.
La nostra vacanza è finita.


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