George Brown




Ci trovavamo a Hong Kong nei primissimi anni 70, mio marito ed io.
Due giorni passati per me a sognare appoggiata alla balaustra affacciata sull'oceano...Laggiù, la vita, si svolgeva ancora sul mare...sulle onde le scuole... i mercati...il traffico mercantile...i ristoranti /barca...un mondo pulsava sull'acqua, pieno d’attività e di vita...di gioie e sofferenze, di lotte e di riposi.

Alle mie spalle, sulla terra ferma altra vita... diversa, fatta di persone danarose, d’attività grandiose, di corse all’acquisti, di grattacieli sfavillanti...

Avevo poco più di vent'anni ma già il mio sguardo andava in una direzione ben precisa piuttosto che in un'altra, pur senza sdegnarne i vantaggi...lo ammetto! Al terzo giorno di permanenza il vantaggio sarebbe stato, per noi, il poter proseguire il viaggio e visitare altri mari...altri oceani altre vite....
Così, mentre, prestissimo quella mattina , ci aprestavamo a far colazione nella "lounge" d’un albergo assolutamente deserto, ci guardavamo intorno distratti....
I camerieri stavano mettendo a posto un locale con fatica...come se la sera prima vi fossero passate le truppe dedite solo al bengodi...L'illuminazione era fioca, eppure in fondo, in fondo al bancone adibito a Bar, riuscii a vedere, appeso alla sua sedia alta, un ragazzone altro dai capelli rossi. Aveva una decina di bicchieri vuoti davanti a sé. Ricordo d’avergli sorriso e che lui prese quel sorriso come un invito. Ci raggiunse al tavolino con una bottiglia semivuota di wiskey barcollando...
Si presentò e iniziò un lungo monologo senza fine, interrotto solo di tanto in tanto dalla frase:
"Sono un stato fottuto...devo partire per il Vietnam domani"
Poi riprendeva a parlare e parlare...di sé, dei suoi amici, della famiglia, della giovine moglie lasciata in un piccolo paese del Texas, dei suoi sogni, della casa ancora da pagare....dei bambini che avrebbe voluto.
Dio... quanto parlava...

Il compagno della mia vita cercava di staccarsi...controllava e ricontrollava passaporti e documenti...si irritava sempre più...ma George non si zittiva!
Mi chiese il nostro indirizzo italiano....il mio nome...si, sarebbe venuto in Italia a trovarci appena finita la guerra.
Tirai fuori dalla borsa il mio taccuino ricordo e lui vi scrisse il suo nome, mi dedicò un disegnino, e firmò con la data...

Finalmente arrivò, per noi, il taxi che ci avrebbe accompagnati all'aeroporto...ma George ci seguì fino in strada..pareva voler venire con noi, infilarsi anche lui tra valigie e borsoni...
Il taxi si mise in moto ma io lo seguì con lo sguardo fino all'ultimo..avevo paura che inciampasse con la bottiglia ormai vuota ancora tra le mani...avevo sentito fin troppo addosso me la "sua" paura.

Un paio d'anni dopo andammo a Washington, e naturalmente a rendere omaggio ai caduti nel Vietnam...quel Vietnam che avevamo imparato a conoscere così bene.
Fu allora che ripresi in mano il taccuino, ormai pieno di indirizzi di persone che forse non avrei mai più incontrato e cercai la pagina in cui George mi aveva lasciato il disegno....rilessi il suo nome...e ..mi misi a leggere tutti i nomi che cominciavano con la "B" sulla lastra nera, sperando di non trovarlo inciso tra le migliaia di nomi dei caduti per un'inutile e assurda guerra.
Speravo..speravo... di non trovarlo...invece era li...in mezzo a tanti..."George Brown anni 26" data del decesso ...tre giorni dopo il nostro incontro.


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