Una vela tra le stelle




Guerra!
E' scoppiata una guerra in Medio Oriente, E' una terribile, improvvisa e violenta guerra tra l'Iraq, invasore del Kuwait, e gli Stati Uniti d'America, alleati con il resto quasi totale del mondo.Anche noi italiani siamo degli alleati e quindi complici delle atrocità di fine secolo. "La guerra del Golfo! La guerra del petrolio" così gridano i titoli dei giornali, che già da soli, stanno seminando, anche da noi, lo smarrimento.Lo urlano a caratteri cubitali, neri e cupi, che solo a vederli fanno salire l'angoscia a chi si ferma per leggere. Tutte le televisioni del pianeta, inoltre, trasmettono senza sosta sui loro monitor immagini terrificanti. Un getto continuo e terribile, spande negli animi visioni di morte e distruzione.
Domani potremmo essere anche noi sommersi dalla paura? Il panico va formandosi nella mente di troppe persone, come per scavare un'inutile trincea dove non sarà possibile difendersi. Le notizie delle T.V locali, mostrano i miei connazionali correre freneticamente per i corridoi dei supermercati e riempire carrelli con ogni sorta di cibarie e abbigliamento. Per le strade gli uomini assaltano le stazioni di servizio muniti d'ogni genere di taniche che riempiranno di benzina, una corsa caotica e senza senso, come un formicaio disturbato e ora brulicante d' insetti impazziti.
E' un terrore collettivo raramente vissuto prima in un paese libero e pacifico.
Noi, Walter ed io, nella nostra "privata disperazione" ci apprestiamo a partire, allontanarci da tutto questo caos, concedendoci una tregua chiamata vacanza, staccandoci dal martellamento inneggiante all'orrore.
Una decisione penosa e drastica la nostra, certamente non una fuga. Semplicemente uno sradicarsi difficile alla ricerca dell'oasi più lontana possibile, materializzata in un'isoletta sperduta nell'Oceano Indiano. Cambiare aria per un po' e se questo,in qualche modo poteva apparire una fuga era solo un fuggire da noi stessi.

Ho dovuto perciò compiere un grande sforzo per abbandonare il letto, nel quale ho passato la maggior parte del mio tempo, negli ultimi mesi, in un quasi totale oblio, soggiogata dall'effetto di farmaci.
Ora, preparando un unico bagaglio, per reazione, mi lascio trasportare da una crisi isterica trasformata in pianto. La valigia è aperta davanti a me che vi butto dentro, con rabbia, tutto ciò che mi capita a tiro, principalmente oggetti inservibili. Nascondo poi le poche cose di valore nei posti più ovvi. Il loro possesso infatti mi lascia totalmente indifferente. Tutto questo avviene imprecando. Bestemmio con la furia di uno scaricatore di porto tirando su il naso e le lacrime. Me la prendo con Cristo, sempre così prodigo, che ci ha mandato dolore in abbondanza. Me la prendo con Dio per ciò che ci ha così crudelmente tolto, come se non fosse stato già abbastanza occupato a spargere sangue ovunque, senza sosta, compresa questa guerra gratuita! Impreco con l'impegno passionale dettato dalla disperazione, aumentando di tono, pensando al particolare periodo dell'anno in cui ci troviamo. Si dovrebbe infatti, festeggiare il Natale dedicando questi giorni al ricordo di una nascita. Una nascita di cui molti avrebbero fatto volentieri a meno.

Walter è sconcertato dal mio comportamento, così violento e sconosciuto, e farebbe di tutto per farmi smettere.
"Senti, facciamola finita. Torniamo a prendere i nostri cani lasciati in pensione questa sera stessa e non andiamo da nessuna parte!"
Mi viene una grande voglia di accettare, ma come mi sentirei poi domani se lo facessi sul serio? Cercherei nuovamente rifugio in un angolo buio della casa lasciandomi cullare nel personale tormento, aspettando forse con impazienza l'inizio di una guerra globale e augurandomi di essere tra le prime a scomparire.
Così vado a dormire, imbottita dai soliti tranquillanti . La valigia è stata chiusa, e posata in attesa, dietro l'uscio. I documenti sono pronti sul tavolo per essere controllati un ultima volta domani mattina prima della nostra partenza.
E' già molto tardi.

Ed eccoci all'aeroporto intercontinentale di Fiumicino. Un aeroporto semideserto eppure super controllato da funzionari di polizia. Sono terrorizzati e armati fino ai denti. Ogni persona è un possibile attentatore. Ogni bagaglio potrebbe essere una riserva di dinamite.
La grande lavagna elettronica posta in alto, al centro della sala, non fa che elencare nuovi voli cancellati. Nomi di destinazioni vi rullano di continuo, si annunciano solo per scomparire. Leggendoli, mi pare che le città vengano inghiottite nel nulla portandosi dietro, insieme al loro nome, anche le case, i parchi, gli abitanti, le abitudini e le stesse loro ragioni di essere. "E tu dove vai?" mi sento chiedere "Non lo sai che siamo in guerra?"
Mi stupisco alla domanda. E dove dovrei andare? A scavarmi un bunker nel prato di casa, dopo essere stata anch'io nel più fornito dei supermercati a fare incetta di cibo? O forse dovrei essere in un posto qualsiasi di Roma aspettando la catastrofe finale che avrebbe cancellato anche il suo nome dalla lavagna aeroportuale, scomparendo dal pianeta Terra insieme alle altre città, invece di essermi sforzata per trovarmi qui?
"In vacanza! Vado in vacanza. E se l'aereo deciderà poi di cadere per ragioni sue non me ne importerà un fico secco" rispondo indispettita, tirando per l'ennesima volta su il naso e bloccare così l'ultima lacrima.
"Tranquilla, via. Viaggerai con una compagnia australiana" continua colui che sembra essere un impiegato della linea aerea, seppur mimetizzato in abiti civili. Controlla i nomi sui nostri biglietti, pensando forse di aver a che fare con i soliti privilegiati in fuga.
"Gli australiani sono estranei al contesto di questa guerra e saranno i soli a decollare oggi" si sente in dovere d'aggiungere, uno dei pochi uomini rimasti sul posto di lavoro.
"Già ed io non vedo l'ora di essere in alto, il più vicina possibile a Dio per riprendere a discutere con lui sulla sua universale ingiustizia!" dico, ormai rivolta soltanto a me stessa, mentre Walter mi trascina oltre la dogana.



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